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Maroni e il problema di sentirsi vivo

L'efficacia dell'azione di un'istituzione si misura anche dallo stile con cui decide di comunicare. Quando i cittadini percepiscono che l'amministrazione lavora per loro e tenta in tutti i modi di rendere loro la vita più semplice e positiva, non c'è bisogno di alzare i toni o cercare visibilità in maniera scomposta e irrituale. O, se preferite, chi lavora a testa bassa per i cittadini non si preoccupa di cercare titoli ad effetto o di proporre forzature che paiono avere l'unico obiettivo di dimostrare la propria esistenza politica e mediatica.
Sta forse in questa lettura la spiegazione più semplice di quello che sta accadendo in Lombardia: non avendo granché da proporre all'attenzione dei cittadini, Maroni ha scelto di scatenare i suoi in una serie di affermazioni che possano dare materiale ai media e nascondere il sostanziale stallo della sua amministrazione.
Gli esempi sono molti. Si va dalla proposta di referendum per l'abolizione della legge Merlin e la conseguente riapertura delle case chiuse alla consueta polemica per i fondi eccessivi elargiti alla cultura meridionale, dalle accuse di non voler concedere migliaia di milioni di euro che spetterebbero alla Lombardia per Expo alle tiritere sulla moneta unica come cancro che mina la salute pubblica.
A un anno dal suo insediamento, Maroni dovrebbe essere nel pieno della sua azione riformatrice e di governo e invece si ritrova nella non gradevole condizione di dover ricordare ai lombardi che è lui a guidare la Lombardia, perché molti ormai si chiedono chi sia e cosa faccia il governatore della maggiore regione italiana.
In questa foga comunicativa alla ricerca della visibilità perduta, capita anche che si incappi in affermazioni degne di un cartellino rosso diretto con conseguente pesante squalifica in arrivo. E' il caso dell'assessore alla Famiglia, Solidarietà sociale e Volontariato (sic!) Maria Cristina Cantù che, durante lo scorso Consiglio regionale, per difendere l'operato della Giunta riguardo i fondi Nasko destinati alle madri in difficoltà, ha definito inaccettabile il fatto che per il 75% vadano a donne straniere. Ma che cosa significa? Forse che la vita di un bambino di passaporto non italiano vale di meno di quella di un coetaneo lombardo? Anche solo pensarlo o dichiararlo per rinvigorire l'orgoglio padano mette i brividi. Gli strumenti amministrativi utilizzati per il sostegno dei più fragili possono legittimamente essere messi in discussione o ripensati in virtù delle minori risorse a disposizione, ma arrivare ad affermazioni che rischiano di evocare tempi bui del secolo passato francamente ci pare davvero inaccettabile, soprattutto per chi ha la delega ad occuparsi di famiglia, solidarietà e volontariato. I lombardi tutti e in particolare coloro che spendono buona parte del loro tempo a favore dei più deboli meritano di meglio.
La marcia a passo d'uomo della Giunta contagia inevitabilmente anche il Consiglio regionale che ha ben poco da raccontare e finisce per fare notizia ancora e soltanto per le indagini della magistratura. I titoloni sui rimborsi allegri delle scorse legislature, sparati ancora a tutta pagina in questi giorni, dovrebbero essere cancellati o superati dall'attività politico amministrativa dell'attuale legislatura. In mancanza di questa, i media non possono far altro che parlare del passato come se fosse ancora il presente.
In questo clima, debutta il nuovo capogruppo del Partito Democratico, Enrico Brambilla, che prende il posto di Alessandro Alfieri, recentemente eletto segretario regionale del partito. Al doveroso e sentito ringraziamento per il lavoro fatto da Alessandro, si aggiunge il caloroso in bocca al lupo ad Enrico: a lui toccherà il non facile compito di far navigare il Pd tra Scilla e Cariddi, ovvero tra la sterile protesta grillina e la pericolosa e parolaia inerzia maroniana.

Novità Settegiorni # 260 del 07/03/2014