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La Lombardia frena

La vicenda romana di Lupi tiene banco nell'arena mediatica della politica e in Lombardia, dalle parti della maggioranza, tutti se stanno ben coperti per tentare di passare indenni alle ormai ricorrenti burrasche che finiscono per schiaffeggiare la coalizione maroniana.
In attesa dell'inizio di un'Expo che nessuno pare voler affrontare con particolare entusiasmo, almeno nei dintorni di Palazzo Lombardia, la Lega tenta di recuperare qualche spazio mediatico (senza peraltro riuscirci) abbozzando una difesa della legge sui luoghi di culto di fronte all'impugnazione decisa dal governo per gli evidenti profili di incostituzionalità. Si prova così a vendere un provvedimento pasticciato e confuso come una sorta di garanzia di maggiore sicurezza che passerebbe per vincoli burocratico amministrativi e palesi ostacoli alla libertà di culto. C'è poco da stupirsi, visto che è un atteggiamento che ormai caratterizza la quasi totalità dei provvedimenti assunti dalla maggioranza lombarda.
Ciò che lascia perplessi è anche il silenzio, fatta salva qualche dichiarazione sparsa da parte di singoli esponenti della Lega, di fronte all'esplicita proposta del Governo di iniziare il percorso per la condivisione di maggiori autonomie da assegnare alla Lombardia. Invece di accettare la sfida romana e iniziare il percorso istituzionale in tempi brevi, Maroni preferisce far finta di nulla e affidare ai suoi pretoriani abbozzi di risposta che puntano sulla liquidazione della proposta del Governo come presa in giro per la Lombardia. A noi pare, questo punto, che l'unica vera presa in giro sia il referendum fortemente voluto da Maroni per provare a guadagnare un po' di tempo e di spazio politico e non certo per provare ad ottenere una vera autonomia per la regione.
Ci pare sempre più evidente il tentativo di Maroni di attendere tempi migliori schivando le tensioni che potrebbero derivargli dalla frattura leghista in Veneto e dalle sempre più esplicite presi di distanza di Salvini dal Nuovo Centro Destra. Si continua a teorizzare che in Lombardia la situazione è diversa e che tutto si basa su un ferreo accordo su un programma che ha consentito a Maroni di conquistare Palazzo Lombardia. Francamente non vediamo tutta questa compattezza e convinzione nel perseguire un programma dai contorni poco definiti e variabili come il tempo in una giornata di primavera.
Siamo anche alla vigilia, a quanto si apprende dalla stampa, di un valzer di poltrone in posti chiave per la regione. Il segretario generale Gibelli sembrerebbe destinato a conquistare la poltrona di Ferrovie Nord Milano e ad essere sostituito dall'ex amministratore delegato di SEA Bonomi. Non entriamo in alcun modo in scelte che spettano legittimamente a Maroni e alla sua maggioranza, registriamo però la fatica di un sistema lombardo in cui le società controllate o partecipate non girano come dovrebbero e mancano anche della necessaria trasparenza. Da tempo chiediamo di affrontare il nodo della governance delle partecipate, ma ci pare che l'unica preoccupazione di Maroni sia quella di spostare manager da una poltrona all'altra con l'effetto che nulla invece cambi dal punto di vista della gestione e dell'efficacia dell'azione regionale.
Tempi lenti per la Lombardia, accompagnati da un'evidente fatica a cambiare passo per un'amministrazione che ormai ha usurato anche il ritornello che da mesi accompagna la sua azione, ovvero l'accusa a Renzi per i tagli insopportabili imposti ai bilanci regionali.
Ora che Roma pare muoversi, chi frena, forse perché non è in grado di fare altro, finisce per essere proprio la Lombardia.

Novità Settegiorni # 307 del 20/03/2015