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Un fiume di parole che non sanno dove andare

"Parole, parole, parole" cantava Mina in una canzone d'amore che esprimeva tutto il disagio di chi tentava di nascondere fragilità e dubbi dietro un profluvio verbale che invece di rassicurare finiva per inoculare nuovi dubbi e possibili distanze tra gli amanti.
Anche in politica le parole sono importanti, ma possono diventare un segnale di una pericolosa distanza tra enunciazioni di principio e realtà, nella falsa convinzione che basti evocare un concetto per vederne tutelato il valore. Peggio ancora se le parole vengono ostentate o utilizzate come un paravento dietro al quale è poi possibile fare tutto e il contrario di tutto.
Parole pronunciate, o urlate in una piazza, ma anche parole scritte, magari sulla facciata di un palazzo istituzionale.
Le parole dovrebbero servire al dialogo e al confronto, ma sempre più spesso, non solo in politica, diventano occasione di scontro e contrapposizione.
Ma che cosa c'è davvero dietro alle parole?
La sensazione è che, soprattutto dalle parti di Palazzo Lombardia, dietro alle parole ci siano un grande vuoto e molte contraddizioni.
Ci piacerebbe, ad esempio, capire come sia possibile tenere assieme le dichiarazioni europeiste di Maroni in Slovenia, dove ha partecipato al'inizio di Eusalp, la strategia macroregionale alpina sotto l'egida della Commissione Europa, e i proclami anti-Europa e anti-Shengen che Salvini ha lanciato da Milano in coro con Marine Le Pen e gli altri leader della destra estrema continentale.
Ci piacerebbe anche capire come si coniugano i proclami pro famiglia dell'attuale maggioranza con i vistosi tagli messi in atto negli ultimi anni per tutte le politiche familiari in regione Lombardia. L'impressione è che si parli molto di famiglia, ma alle parole non seguano atti e provvedimenti che abbiano la concretezza di stanziamenti adeguati.
Pare di essere di fronte a quei bambini che, per paura del buio, si fanno forza parlando a voce alta da soli, convinti così di scacciare le possibili minacce o di riempire il vuoto che minaccioso li avvolge.
Non si può certo dire che a Maroni o Salvini manchino le parole. E neppure il coraggio di usarle, magari a sproposito. Che cosa ci sia dietro alle parole è però tutto un quiz.
A parole è facile annunciare che non vogliamo più gli immigrati, che se ne stiano a casa loro, che vogliamo bastare a noi stessi. Nella pratica, i flussi di profughi con le parole non si fermano.
A parole è bello annunciare la rivoluzione nella sanità e il fatto di voler prendersi cura e non solo curare le persone. Nella pratica le liste d'attesa e i ticket sono ancora lì.
A parole è comodo proclamare che vogliamo fare da soli e che l'euro e le regole europee sono una sciagura per la Lombardia. Nella pratica, se non ci fossero stati, la nostra regione avrebbe pagato a caro prezzo la crisi e le nostre aziende piangerebbero per un mercato interno fermo da anni.
A livello di parole scritte su palazzi o affisse sui muri Maroni non teme rivali, ma dov'è finita la proverbiale concretezza lombarda?
E allora, dopo Mina, vale la pena citare i ben più ruvidi e dissacranti Articolo 31 che cantano: "un fiume di parole che non sanno dove andare".

Novità Settegiorni # 346 del 29/01/2016